Spartiacque

L'altro giorno pensavo al concetto di spartiacque nel senso che stavo pensando ai momenti della mia vita in cui prima ero in un modo e dopo in un altro, proprio una persona diversa per via che dentro la mia testa s'era girato su tutto.
Se io mi metto a pensare ad un cambiamento importante capitato nella mia vita, io penso al periodo che ho passato in Germania.
In Germania, avevo diciassette diciott'anni, son stato sei mesi a Freiburg a studiare il tedesco. Pensarci bene, andar via di casa a diciassette diciott'anni, quando ancora sai poco o niente della vita, è normale che dopo non sei mica più quello di prima. Sei ancora una lavagna bianca e un'occasione come quella trovi mille persone che si mettono a scriverci sopra qualcosa, anche senza volerlo.
Quel periodo lì per me è stato quel che si dice uno spartiacque, perché nel giro di poco ho buttato via tutte le certezze che avevo e ho incominciato a pensare che nella vita niente è come sembra e che la cosa più importante era cercare di mettersi dalla parte dei senza voce, avvolgere nel dubbio ogni forma di potere e guardare i fatti della vita con empatia, prima di dare un giudizio. Una roba del genere, verso i diciassette diciott'anni, complica tutto di molto, ma rende anche l'orizzonte delle esperienze molto più ricco. Questo processo di crescita, io devo quasi tutto ad un ragazzo di Bolzano che si chiama Vanni Casarotto, lui magari non si è reso nemmeno conto di aver fatto quello che ha fatto, a lui interessava suonare la chitarra, le belle ragazze e fumare. Invece a me quel suo sguardo diverso mi ha cambiato tutta la testa, al di là di tutto quello che abbiamo fatto insieme.
Adesso io mi rendo conto che questa cosa così personale non ne avevo mai scritto niente, però mi son detto vuoi che non capiti da queste parti qualcuno di Bolzano che magari conosce Vanni, e dopo com'è come non è scopro anche che fine ha fatto.
Ecco, se sei di Bolzano e conosci un certo Vanni Casarotto che gira spesso in un posto che si chiama Buco, un bar piccolissimo, digli pure che lo saluto di cuore.
Questo blog, ci ha delle responsabilità anche lui.

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Quella volta che ho tirato una fila di madonne senza prender fiato

Quella volta, mi ricordo, che ho tirato una fila di madonne senza prender fiato, era una delle prime volte che andavo a Torino, forse addirittura la prima. Ci siamo andati in treno, a Torino, non avevamo ancora la macchina, io e il mio amico Vladimiro Malservigi.
Era dalla metà degli anni ottanta che io col mio amico Malservigi Vladimiro ne parlavamo, Appena arrivano gli U2 ci andiamo senza star lì a pensarci neanche un minuto, ci dicevamo sempre io e il mio amico Vladimiro Malservigi. Il mio amico Vladimiro Malservigi era davvero un appassionato degli U2, io anche, solo, come si dice, ero consapevole che gli U2 avevamo ormai intrapreso la parabola discendente nel loro, come si dice, slancio creativo. Era la tournée di Achtung Baby, abbiam preso subito due biglietti per il concerto di Torino, ci siamo andati in treno il mio amico Malservigi, la macchina ci voleva ancora qualche anno.
Io, che c'era quella cosa della discesa nella parabola creativa che mi girava per la testa, alla fine ero molto felice di andar a quel concerto più che altro per l'avventura che rappresentava il viaggio con Vladimiro, e soprattutto perché, ad aprire quel concerto, che ormai lo stile degli U2 era tutto palco, luci, frasi ad effetto, schermi e coreografia, c'erano i Pearl Jam.
Io mi ricordo quando ho saputo che aprivano i Pearl Jam me ne sono sbattuto subito di quella roba che mi girava per la testa, la discesa della parabola creativa, come si dice, ero felicissimo di vedere per la prima volta i Pearl Jam, era, per capirci, il periodo di Ten, cioè il massimo del loro slancio creativo.
Allora io ero felicissimo, siamo arrivati a Torino, ci siam messi in un bel posto, si vedeva tutto bene, e io non vedevo l'ora di prendermi in faccia quel muro di chitarre. Alla fine ha suonato Ligabue.

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Post Sotto l'Albero

Questa è l'immagine che ho inserito nel mio Post Sotto l'Albero (pdf 6mb), famigerata raccolta di racconti natalizi pescati nell'italica blogosfera dall'instancabile Sir Squonk.
L'immagine ha lo scopo preciso di spostare l'attenzione, le parole son davvero poca roba. Invece vi consiglio di leggere con attenzione tutti gli altri, ci sono delle perle imperdibili.

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Il bello del Natale

Senza mezzi termini, se io adesso, se penso al Natale, me mi vien da pensare che sono una brutta persona. Mi vien da pensare che sono una persona brutta, perché è da quando vivo da solo che mia mamma mi dice Dai che ti regalo un albero così lo metti in sala, dai che ti porto delle decorazioni le metti alle finestre così fai un po' d'atmosfera.
Io a mia mamma è da quando vivo per conto mio che a Natale le rispondo sempre la stessa cosa; le rispondo che non le voglio le decorazioni, non lo voglio l'albero e l'atmosfera della mia casa la preferisco così senza niente.
Allora l'altro giorno ero lì che ci pensavo a questo rifiuto e mi dicevo Forse c'è davvero il caso che non ti frega niente dei parenti, dei regali, dell'albero, del Natale e di tutto quello che lo circonda. Davanti a queste accuse precise e circostanziate mi son trovato ad ammettere che a me del Natale frega assolutamente nulla e mi è sembrata una presa di posizione tipica delle persone brutte e grige. Davanti allo spettro di essere una brutta persona, che come spettro mi ha messo davvero colle spalle al muro, mi son messo d'impegno a trovare un lato positivo, qualcosa di bello, magari un momento atteso da tutto me stesso come quando da piccolo aspettavo Babbo Natale.
Alla fine mi son tranquillizzato, ché io ogni Natale non vedo l'ora che passi che poi nei supermercati ti porti via cinque panettoni a un euro.

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Pizza Express

Abitare a Lugano, e vivere da soli come vivo io, capita spesso che la sera, voglia di cucinare, neanche a pregare. Poi c'è da dire che cucinare per poi mangiare da soli, magari colla sola compagnia di Attenti a quei due non è che sia una prospettiva così allettante. Allora è anche normale pensare che cucinare è fatica sprecata. Una cosa comoda quando uno non vuole cucinare è andar fuori a mangiare, ma coi tempi che corrono non si può mica uscire tutte le sere. Per via dei tempi che corrono uno, abitare in una città normale, alzerebbe volentieri la cornetta e ordinerebbe una pizza, per dire. Che poi nelle città normali te la portano a casa in cinque minuti e nella consegna a domicilio c'è talmente tanta concorrenza che questo servizio non te lo fanno neanche pagare, il più delle volte. Chi ha studiato in Italia questa cosa la sa bene. A Bologna per esempio ci saranno duecento pizzerie con consegna a domicilio e anche nelle città più piccole tipo Ravenna, io adesso non so di preciso, ma son davvero tante. Invece a Lugano, io una cosa che non capisco, siamo quasi 60'000 abitanti, dir tanto sono quattro le pizzerie con questo servizio. Io sono dei mesi che a questa cosa cerco di darmi una spiegazione: forse la pizza non piace, forse c'è da far girare l'economia e allora bisogna andare al ristorante, forse i giovani vivono ancora con i genitori. Nessuna di queste me mi sembra plausibile, tantomeno l'ultima che c'è il caso che da qualche tempo anche a Lugano c'è pieno di studenti dall'estero.
Voler essere benevoli potrei dire che per i luganesi la cucina è un piacere, un rito importante e allora le pizze che il più delle volte son gommose e poi la notte non fai altro che alzarti per andare a bere, meglio non mangiarle spesso. Voler esser cattivi o forse realisti, con il carattere che si ritrovano la maggior parte dei luganesi, far entrare in casa un estraneo anche se solo sull'uscio e per soli due minuti, neanche sotto tortura, della fame più nera.

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