Sindacalizzatevi

Che splinder passi nelle mani di RCS a me sinceramente. Io non ci guadagno una cicca spenta, per cui. Però è una piattaforma che mi piace, mica per i servizi che offre, ma per i blogger che ci scrivono, sono loro il valore aggiunto e alcuni sono davvero bravi. Solo che io c’ho da cercar lavoro – che, come sapete, è un lavoro – non posso stare a leggere tutti i blog che vorrei. Per questo motivo utilizzo, con infinita gioia, i feed che *cazzomerda* sono il tasto dolente della più popolare piattaforma italiana. Splinder offre dei feed mozzi, orribili e indecenti. Lo so, non dico niente di nuovo, ma il malessere è sempre più gravoso. Butto lì un sassolino, chissà mai. Magari dalla vendita – posto che avvenga – qualcosa si aggiusta. Gli scenari possibili sono tre: può migliorare, come successe a blogger, peggiorare come successe a clarence o rimanere così com’è. Non prevedo il futuro per cui niente, però se proprio non ottimizzano il servizio feed, miglioratelo da voi, usate feedburner, per esempio. Sindacalizzatevi tutti. Unitevi contro le statistiche di accesso, non asservitevi a chi lucra sul traffico web. Fatelo subito. Non rimandate che poi, presi da altre faccende ve ne scordate. Io vi voglio leggere per intero, la sera tardi, stanco, bello e disoccupato; offline, ovviamente, ché non c’ho l’adsl, io.

Update: ecco appunto.

Vendo tutto

Persino il mio corpo, e a guardar bene vengo via anche per poco. Farei carte false fossi in voi, non in senso stretto però, ché non si accettano banconote farlocche. Prima lo scontraaino e poi la paaiza!

Diversivo

Quando non sai cosa scrivere condividi della musica e vedrai che qualcuno farai felice, meno la SIAE e i suoi accoliti, ma questo è un altro discorso. Già sapete che ho avuto una disgraziata carriera da digei, carriera poi. Tanto impegno e poche soddisfazioni, nemmeno un numero di cellulare mi sono portato a casa, tutte dietro a Linus, le donne. È una vita difficile quella. Meglio fare il disoccupato che non do noia a nessuno. Di impegno però. E infatti a suo tempo decisi di diversificare l’offerta, uno mica si può fermare ad un genere musicale, bisogna essere up to date come dicono quelli che ne sanno. Tocca stare al passo con i tempi. I tempi erano quelli di Franz Ferdinand e Bloc Party per capirci. Sembra preistoria, ma alla fine sono passati solo due anni o poco meno. Ed allora il volenteroso Morto di Pippe dj si mise in testa che poteva far tranquillamente ballare i giovani ticinesi a ritmo di rock. Ditemi voi se non meritavo un posto da digei residente almeno ai Magazzini Generali. Santo cielo. E sì che non mi tiro indietro davanti a nulla. Lo scandalo delle veline, a me, prassi mi sembra.
Scaricate il digei set, qui.*
* Pesa un botto (195MB), però dura più di tre ore, mica paglia.

Pedagogia della Resistenza

Misto maschio

- Non si finisce mai di imparare.
- Eggià.
- Dovevo superare i quaranta per capire le donne.
- Beh, meglio tardi che mai. E che cosa avresti capito?
- Che le donne si dividono in due categorie: le donne zoccole e le donne pure.
- Molto profondo.
- E sai qual è la grande verità?
- No.
- Che le donne zoccole son zoccole e le donne pure, pure.
- Apperò.

Bassi i calici

Oggi è un po' lo stesso giorno di un anno fa.

Le donne lo sanno

Loro lo sanno, e lo so anch’io, nonostante le differenze di genere. Quel leggero dolore, mi manca. Fastidio appena accennato, in nessun altro modo replicabile. Lo provavo spesso. E provavo piacere.
All’inizio degli anni novanta portavo i capelli lunghi, lisci, fin quasi a metà schiena. Devo avere ancora qualche foto in giro. Il Lorenzo Lamas del basso Ticino, mi chiamavano. I miei erano contrari, ma io li volevo troppo e mi ero imposto, senza se e senza ma, trasportato dalla moda e dalla voglia di cambiamento. Poi, forse perché ero stufo di aprire sempre il bagagliaio in dogana, tosai la chioma, così, senza troppa esitazione. Non che sia pentito, i capelli corti sono davvero comodi e io nemmeno li pettino. Una vera pacchia: niente balsamo, niente doppie punte, niente ammoniaca per mantenerli lisci, niente fasce per non farli cadere davanti agli occhi. I successi con le donne sono rimasti pochi con entrambe le fogge, quindi. Tuttavia, mi manca quel dolore che parte dal cuoio capelluto e si irradia prima alla radice dei capelli e poi li segue nel cambio di direzione. Gli uomini veri non lo sanno e non ci credono, ma il mal di capelli esiste davvero. Si presenta quando si spostano in blocco i capelli dopo averli tenuti per qualche ora fissi in un’altra posizione – io, per esempio, li legavo a coda. Se poi lo shampoo è una pratica saltuaria, il dolore è ancora più intenso. Ecco, quel dolore mi manca, ho provato in tutti i modi, ma non c’è verso, nessun altro dolore è tanto particolare.

Uscire fuori

Uscire fuori
Da un lungo isolamento
E sentire la pressione fra la terra e il cielo
E poi guardarsi intorno
Come per la prima volta
E scoprire che non c’è nessun motivo
Per vedersi da lontano
Parlare con un altro sconosciuto
Proiettare nei suoi occhi le risposte
E trovare le risposte che non hai
E ridere di gioia e di malinconia
E poi andare via

E poi andare via soli
In un’altra direzione
Legati ancora per un tratto da una scia di commozione
Andare via
Da sempre
E chissà se sarà vero
Che ritornerai
Se ritornerai

Uscire fuori
Riprovare
Reinventarsi
E contenere i brividi
fra la gente che non va
Uscire fuori
Di pomeriggio per le strade vuote
O fra le luci della notte
di ununica possibile realtà
Uscire fuori
Da ununica possibile realtà

Riccardo Sinigallia - Incontri a metà strada, 2006

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Non giustifico la latitanza

È solo che continuo a schiacciare l'interruttore, ma di luce, nemmeno l'ombra.

Io, dell'Ambrì Piotta, una cosa non capisco

Io, dell’Ambrì Piotta, una cosa non capisco; ma mica ve la posso dire subito, ché così mi gioco il racconto nelle prime righe. Ho iniziato con il titolo, perché cattura l’attenzione e fa molto scrittore smaliziato. Per ora, conservate la pazienza, servirà. Non è una scelta stravagante, è che questo non è un racconto normale, uno dei tanti, no. Questo è uno di quelli che rimarrà nella storia, per cui. È molto tempo che penso che vorrei scrivere una storia sul giuoco dell’hockey e questa è un’occasione irrinunciabile. Non che ci sappia giocare, a hockey, ma sento che è un giuoco su cui potrei dissertare per ore, il giuoco dell’hockey, che di praticarlo proprio non se ne parla. Tre metri sopra il ghiaccio, volevo intitolarlo. Vecchi, amari, ricordi di pista, ma mi è sembrato un titolo troppo abusato, e allora. Il mio fisico da briscola mi ha costretto ad abbandonare presto i pattini e ad entrare in biblioteca, che rimane pur sempre un luogo sacro, in cui non di rado, si fanno incontri interessanti.

Non si sa bene per quale ragione, ma mi è stato proposto di scrivere un episodio per il libro che commemorerà i 70 anni di storia del club, non so se crederci davvero. E io, che per paura di non scriverlo in tempo, la camera piena di Post-it, mi sono agghindato. Uno sull’armadio, uno sul comodino, uno sul bordo del letto, uno sulla scrivania, uno sullo schermo del computer, uno sullo specchio in bagno, tutti di colori diversi, ma con un’unica frase: “Devi scrivere un racconto per l’Ambrì Piotta, la tua squadra del cuore, devi dare il meglio di te stesso e soprattutto lo devi dare subito, che poi finisce che lo scrivi all’ultimo, e viene male. Ricordati di rileggerlo e se non ti piace, riscrivilo, dieci cento mille volte”.
Che razza di Post-it ti sei procurato, vi chiederete, per scriverci tutta quella roba, in lavanderia sei andato a comprarli. Quasi. Però sappiate che oggi, anche in lattice li fabbricano, i Post-it. È un segno della modernità, altro che secolarizzazione.
Tutto per dire che ci tengo un mondo, ché il mio rapporto con l’Ambrì Piotta dura da molti anni, è iniziato in tenera età, il mio rapporto con l’Ambrì Piotta. Prima del motorino, prima della patente, prima dell’amore. L’
hockey, da noi, arriva prima.

A sette anni presi per la prima volta la corriera per andare a scuola. È un’esperienza che ha segnato tutta la mia generazione. Pino si chiamava l’autista, e ci voleva bene come un padre. Appena sentiva un po’ di silenzio, soprattutto nel viaggio del mattino, cercava di svegliarci con un coro da finale di campionato. Sapeva che ci colpiva nell’intimo. Pino, tra una curva e l’altra, prendeva in mano il microfono di servizio e gridava: “Forza Ambrì” e aspettava, con un sorriso, le grida di risposta. Per spirito sportivo, qualche secondo dopo, gridava: “Forza Lugano” e aspettava la risposta degli altri. A quel punto eravamo noi bambini a guardarci in cagnesco e a cercare di prevalere sull’altra fazione, ché: “Noi siamo di più e abbiamo gridato più forte e l’Ambrì è più forte del Lugano, ecco”. “No, l’Ambrì fa schifo, forza Lugano”. “Ritira quello che hai detto, non dirlo mai più, che”. Ancora non usavamo improperi, noi. Non so perché ho scelto di tifare Ambrì, non avevo parenti tifosi, certo mi piacevano i colori sociali, ma credo che la ragione primigenia sia esplosa in quella corriera, tra sguardi torvi e spintoni.

Quando sono andato per la prima volta alla Valascia, me lo ricorderò sempre. Avevo otto anni, ero vestito come un palombaro con uno zaino pieno di panini sulla schiena, mi sembrava una specie di viaggio vacanza, andare alla Valascia. La squadra militava ancora in serie B e ricordo che rimasi più tempo a guardare i colori della curva e a sentire i cori, che a guardare la partita. Sono uno spettacolo unico, i tifosi dell’Ambrì, chiunque capisca di hockey lo sa. Le partite erano sempre belle, il viaggio, i colori, i cori, le sofferenze e i panini. Tutto da ricordare e da raccontare. Eppure al mio rientro a casa sentivo un leggero amaro in bocca, mi sentivo diverso, e sapevo perché: non esultavo a tempo. Io stavo sempre a bordo pista insieme ai ragazzi in carrozzella e nonostante le vicinanze non riuscivo mai a vedere il disco entrare in porta. Mai. Nemmeno quando mi concentravo a guardare i giocatori pattinare, ché, bisogna pur dirlo, vederli pattinare è estasiante, e io li guardavo a bocca aperta, i giocatori pattinare. Per esultare mi regolavo con i festeggiamenti della curva, partivo con qualche secondo di ritardo, mi divertivo lo stesso, ma non era la stessa cosa. Poi a fine partita veniva un giocatore e regalava la maglietta o il bastone ad uno dei ragazzi in carrozzella e io assistevo come immerso in un sogno, con lo stomaco frantumato dall’invidia, però. Volevo io quel bastone, per mostrarlo agli amici, mica per giocarci al campetto che con l’asfalto si rovina. L’avrei mostrato e poi l’avrei tenuto sopra al letto per sempre. L’avrei, solo che. Non mi restava che affogare ogni invidia, ogni dispiacere nel cibo. Allora, aprivo lo zaino e mangiavo un panino al prosciutto o al massimo alla carne secca. Nel giro di qualche minuto mi tornava il sorriso.

Ci sono andato sempre meno alla Valascia, ché alla fine sono rimasto affascinato dalla patente, dal motorino e dall’amore. Ai tifosi veri questo non succede, ci vanno sempre alla partita, anche da fidanzati, da sposati o da pensionati, sempre. Per fortuna l’Ambrì ha pochi pochissimi tifosi come me. Sono loro, i tifosi dell’Ambrì, il vero mistero. Sono loro la cosa che non capisco. Me lo chiedo da sempre come faccia un villaggio di duecento anime ad avere così tanti tifosi, così calorosi e così allegri. Non sono mica nati e cresciuti tutti ad Ambrì, hanno poco da difendere quel campanile, loro. E invece sono tanto attaccati a quei colori che sembrano proprio esser tutti nati lì, ad Ambrì o a Piotta, o al limite a Quinto. I tifosi biancoblu sono davvero tanti e tanto particolari. In tutta la Svizzera si contano più di venti fan club. Roba che se per caso passi per Zurigo e ti fermi a vedere la partita dell’Ambrì, trovi un sacco di tifosi che cantano le canzoni in italiano, e la Montanara se si vince, ma poi restano a Zurigo a dormire, ché non sono mica ticinesi. In ogni parte della Svizzera è così, trovi tifosi del posto che tifano Ambrì, e uno che viene dal Ticino mica capisce il perché. L’italiano non lo parlano nemmeno, ma le canzoni le sanno tutte e le cantano a squarciagola. E anche per il Canton Ticino è così. Quasi tutti i tifosi vengono da fuori e non potrebbe essere diversamente. In poche parole, per i tifosi è come se si giocasse sempre in trasferta, ché ogni volta si devono sparare un sacco di chilometri e non è mica da tutti una cosa così. A volte vengono anche da Milano. Sembra che ci sia solo il calcio in Italia e invece no. Vengono alla Valascia i milanesi appassionati di hockey, e non è proprio sulla strada dell’orto.

Cosa smuove il cuore di queste persone? Certo, l’hockey è uno sport appassionante e l’Ambrì è una squadra che fa simpatia. Ha una storia rocciosa, ha il migliore settore giovanile di tutta la Svizzera, gioca contro le squadre delle grandi città, che hanno un sacco di milioni da spendere, e vende sempre cara la pelle, lei, che di soldi ne ha sempre meno degli altri.
Uno potrebbe pensare che questo amore spassionato sia il frutto di infinite vittorie, ma non è vero. Innanzi tutto la squadra gioca stabilmente nella massima serie solo dall’85 e poi lo sport è soprattutto una questione d’affari, ormai. Per vincere servono tanti soldi, e l’Ambrì ha giusto quelli che servono per sopravvivere. È parte della sua identità anche questo. Il tifoso dell’Ambrì non sta dalla parte dei ricchi, dalla parte dei più forti, non sale sul carro dei vincitori. Troppo scontato. Se lo guardi negli occhi lo vedi che non è una persona qualunque, il tifoso dell’Ambrì. Qualche trofeo l’Ambrì l’ha pur vinto, anche a livello internazionale, ma non basta a spiegare tutto. E poi li ha vinti sempre col cuore, mai con il portafogli. I tifosi dell’Ambrì sono abituati a soffrire, hanno dieci strati di carta vetrata al posto della pelle, ché mai per un campionato svizzero, hanno festeggiato. Sempre ad un passo dal titolo, sfumato all’ultimo, ma sempre a testa alta. Sempre con il cuore oltre la balaustra.
E allora secondo me la spiegazione sta da un’altra parte. Sta nell’aria che si respira alla Valascia, una possibile spiegazione. Sta nella natura, che fa della Leventina una valle splendida. Una valle tipica, incredibile per quanto è bella, per quanto è dura. L’aria e la valle. È questo il segreto, ché l’amore per l’Ambrì viene su dai campi, dal terreno, impossibile sfuggirci. Viene dal centro della terra, dal centro della vita, prima della vita di ognuno di noi.

Adesso capirete bene anche voi, che non c’è nessuna buona ragione per pensare che sia stata giusta la scelta di chiedermi di scrivere un racconto per l’Ambrì. Non ho detto nulla di nuovo. Andateci piano però, ho pur sempre raccontato la mia esperienza, uno spaccato di vita biancoblu. E poi vi avevo avvisato per tempo di avere pazienza. E non crediate che l’abbia fatto per soldi, resto comunque un tifoso, io. In più l’Ambrì non ne ha da sprecare, di soldi. L’ho fatto per amore, ecco. Per amore dell’Ambrì Piotta.
Io, questa cosa dei pochi abitanti e dei tanti tifosi l’ho pensata anche se molti di voi la sapevano già, ché per comprare un libro sui settant’anni dell’Ambrì bisogna essere dei veri tifosi. Però io l’ho scritta per i lettori che di hockey ne sanno poco o niente, magari abitano pure all’estero e vogliono qualche dettaglio in più. Ché io lo spero che venga letto anche all’estero, questo libro. Che venga tradotto in trentacinque lingue. Perché l’amore per l’Ambrì non ha e non deve avere confini. E poi devo trovare una fidanzata. Magari prima una francese e poi una svedese e poi una tedesca e una inglese, perché è l’amore il vero motivo per cui l’ho scritto, questo racconto, che se uno scrive e poi non fa la vita che ha fatto Moravia che scrive a fare?

C'incastriamo

Io sarò la tua commedia e tu ne sarai l'interprete.
Chiara Bernardini