I pensieri altrui

Capire i pensieri degli altri, quali sentimenti provano, quali motivazioni stanno dietro le loro azioni è certamente una cosa che mi affascina moltissimo, ancorché impossibile da realizzare in pieno. È quasi inevitabile rischiare colossali fraintendimenti, soprattutto se si cerca di capire il pensiero di una persona che riteniamo importante e che spesso appartiene al sesso opposto.
Domenica scorsa sono andato all’Università, perché un po’ mi manca e perché dovevo fare qualche piccolo lavoretto. Entro e mi siedo davanti al computer. Non c’è nessuno, la domenica è sempre molto tranquillo. Dopo qualche minuto entra un’amica, mi saluta e guarda fra i suoi libri. Sono molto felice di vederla, è sempre un bel vedere e poi è una ragazza con una sensibilità particolare. Facciamo due chiacchiere, scendiamo a fumare, mi racconta degli ultimi perfezionamenti prima della difesa della tesi, poi dice:
- Sono venuta per leggere la data della difesa, ho vista la tua automobile posteggiata e sono salita a salutarti.
Quella frase mi ha fatto un piacere enorme, mi ha riempito il cuore di felicità anche se non ci ho fatto subito caso. Ora, in un inspiegabile delirio di felicità, mi domando:
- Ma quando è entrata in Università e ha fatto il gesto di guardare fra i libri, doveva veramente trovare qualcosa oppure era solo un pretesto per salire a salutarmi?

Internatelo!!


Upload Video at JussPress.com

Compravendita

Entro senza far caso ai presenti, mi guardo intorno, non trovo quello che sto cercando.

- Senta mi servirebbe una scheda audio esterna per il mio portatile. Ho visto sul vostro sito che ne avete almeno due modelli, dico.
- Abbiamo questi modelli, il venditore si arrampica sugli scaffali e me li porge entrambi.
Guardo le confezioni e cerco di capirci qualcosa.
- Ehm, questo mi sembra migliore anche se costa il doppio, lei cosa ne dice? Io non ne so quasi nulla di questi affari.
- Non è una scheda spettacolare, ma per quello che costa. Comunque, secondo me, farebbe bene a comprarne una interna, funzionano meglio hanno prestazioni migliori e costano meno. Tanto avrà di sicuro un computer da scrivania? dice, mentre si avvicina alla cassa.
- In effetti ho un computer normale, ma la scheda mi serve per il portatile. Saremo in molti ad usarla e non sempre con lo stesso computer, in più visto che ci serve per mettere musica in qualche locale è ovvio che la scheda interna non sia la scelta più logica.
- Non c’è niente di ovvio né tantomeno di logico quando si parla di tecnologia, dice seccato.
- Forse ha ragione, ma io sono qui per comprare una scheda esterna e lei è pagato per vendermela.
- Non sono pagato solo per vendere, sono qui anche per offrire un servizio completo – sorriso compreso – per tutto il settore dell’infotainment, dice sfoggiando un ghigno mefistofelico.
Mi gratto i capelli e comincio a perdere la pazienza.
- Senta, ha per caso degli interessi nelle aziende che producono schede interne o le stanno antipatiche quelle esterne?
- Niente di tutto questo, volevo solo darle un buon consiglio.
- Ho capito, ma non mi serve un consiglio di questo genere. Io voglio capire quale scheda esterna comprare e basta, ribadisco stizzito.
- Come vuole. Sono 99 franchi, mi dice sospirando.
- Grazie.
- Grazie a lei.

Arrivo a casa tutto contento, leggo le istruzioni, accendo la scheda la collego prima al computer poi allo stereo e parto con l’installazione del software. Al secondo passaggio il processo si blocca. Non riesco ad installare la scheda. Me lo sentivo. Rifaccio il tutto un paio di volte ma invano. Mi tocca tornare al negozio.
Rientro cercando di evitare il cassiere che, per mia sfortuna, mi raggiunge dopo un nanosecondo.

- Vede che avevo ragione le prestazioni delle schede esterne non sono granché, vado a prenderle un modello interno.
- No guardi non voglio una scheda interna, non mi serve santo cielo.
- E allora come mai è tornato? Vuole chiedermi scusa?
- Per carità. È che il software in dotazione non si installa.
- Ecco vede, cosa le avevo detto, quelle esterne non sono affidabili.
- Sì, ma mica mi aveva detto che il software non sarebbe partito.
- Adesso lo sa, dice sorridendo.
- Mi dia un altro modello e chiudiamola qua.
- Riprovi con questo, ma non le assicuro niente, è sempre una scheda esterna, dice sfregandosi le mani.
- Addio, dico.
- A presto, dice sogghignando.

Rifaccio di nuovo tutto da capo, ma niente, il software non parte. Cerco di installare i driver dal sito, dopo un suo accorato suggerimento, ma non ho l’autorizzazione richiesta. Mi arrendo, vorrà dire che la carriera da dj non fa per me, devo tornare con i piedi per terra, e soprattutto devo tornare da quel pazzo.

- Salve, non va nemmeno questa, dico affranto. Non dica nulla, per piacere, sono già abbastanza incazzato di mio.
- Adesso però si sarà convinto che le schede interne sono migliori.
- No, so solo che quel modello non va d’accordo con il mio pc, e che non sopporto i venditori invadenti.
- Senta, giusto per scrupolo me la fa vedere una scheda interna?
- Purtroppo le abbiamo finite, potrebbe chiedere al negozio difronte.
- Vuol dire che mi ha fatto tutto questo sermone sulla scheda interna e, volendo, non avrei nemmeno potuto acquistarla?
- In effetti è così, ma non dipende da me, siamo obbligati a trattare il cliente come se fosse una divinità, per quel che mi riguarda la musica potrebbe anche non esistere.

Non bisogna capire per amare

Il nostro unico bacio fu come un caso, come un bellissimo arcobaleno su una pozza di benzina.
Alice Sebold, Amabili Resti.

La quantità in amore ha un valore

Seduta di fronte a me c’è una signora bionda di quaranta anni dall’aria piuttosto trafelata. “Ho fatto tutta la scalinata a piedi”, dice. Porta con sé uno splendido mazzo di fiori, enorme, profumato.
Si toglie la giacca e sulla maglia ha ancora la targhetta con il suo nome. Deve essere uscita dal supermercato davvero di corsa. C’è scritto B. Centoamore.
Lo dicevano già i latini, nel nome c’è iscritto il distino di una persona, quando non di una famiglia intera. Questa avvenente signora deve avere una persona che la ama moltissimo, un amore vissuto al massimo, che ne vale cento; o forse ha amato cento uomini e oggi uno di loro le ha regalato i fiori. Dal sorriso si capisce che sa cos’è l’amore.

Elogio dell'imprevisto

Fedeltà eterna al candore delle cose semplici

Seduto in treno guardo le donne che mi passano accanto di corsa, è come se non le vedessi, però aspetto in totale trepidazione d'assaporare la scia del loro profumo.

Ho le borse piene di sta storia della cocaina

-Poverino sembrava tanto un bravo ragazzo e adesso si trova in fin di vita su un letto di ospedale, dicono alcuni.
-È proprio un coglione, non sa apprezzare tutto quello che ha, dicono altri.
-È uno dei tanti, solo molto più fortunato, dicono altri ancora.
-Magari avessimo le borse le piene di coca, penseranno i più.

Fare il pendolare

Da qualche giorno prendo il treno molto presto al mattino per andare a lavorare. Il viaggio è una delle cose più interessanti della giornata. I treni nelle ore di punta sono un universo multiforme, tantissima gente indaffarata a dialogare – il più delle volte – con sé stessa. Mi riprometto ogni mattina di schiacciare un pisolino, ma niente, mi piace troppo osservare. Adolescenti nel pieno della loro vitalità, che a fatica tengono aperti gli occhi, impiegati rasati e ben vestiti che leggono il giornale, donne truccate pronte a svolgere il loro compito sul posto di lavoro. Alcuni guardano fuori dal finestrino, altri si guardano fra loro.
Il primo giorno mi sono portato dietro un libro, perché cerco ancora di convincermi che la lettura sia per me un piacere, e invece no, è prima di tutto una fatica e in queste situazioni è davvero invincibile.
In definitiva, fare il pendolare non è poi così male: non parlo non leggo non scrivo e per di più carico a piacimento il mio simil-I Pod. Questa settimana era infarcito così:

- Amari: Grand Master Mogol
- Arab Strap: The Last Romance
- The Arcade Fire: Funeral
- Bloc Party: Silent Alarm + Two More Years
- Dirty Three: Cinder
- Ernest Ranglin: In Search Of The Lost Riddim

- Fare Soldi: One Nation Under A Grande Cassa
- Picastro: Metal Cares
- Sigur Ros: Takk
- Scuola Furano: S/T
- Sufjan Stevens: Illinoise
- The National: Alligator
- The Silver Mount Zion Memorial Orchestra And Tra La La Band: Horses In The Sky
- The Zephyrs: Bright Yellow Flowers On A Dark Double Bed
- Windsor For The Derby: Giving Up The Ghost

Perché scrivo poco

Per scrivere ho bisogno di tempo e di molta energia. Per poter riordinare i pensieri devo essere invaso da un’onda di tranquillità. Non riesco a buttare giù niente se non ho le idee ben chiare e per averle non posso offrire spazio mentale ai sentimenti negativi. La tristezza mi ruba troppa vitalità e in questa condizione la scrittura non può che essere sfuocata e imprecisa. Insomma, per elaborare anche un solo paragrafo ho bisogno di una carica positiva, devo essere felice o perlomeno sereno. Ecco perché scrivo poco. Tanto più che da alcuni giorni sogno di salire enormi scale sulle montagne genovesi, affacciate sul mare, e d’improvviso, dopo un’intensa fatica, di precipitare nel vuoto. Come dal più classico protocollo eziologico di psicoanalisi, mi sveglio prima dell’impatto con un mare limpido e calmo.

L'amore ai tempi di internet

Ne travaillez jamais

Da domani si comincia. Andrò a lavorare in quel di Bellinzona e mi occuperò di comunicazione interna ed esterna per le Ferrovie Federali Svizzere. Niente male direi. I colleghi mi sembrano delle gran persone e l’ambiente ha l’aria di essere molto familiare. È un lavoro a tempo determinato, ma cercherò di prolungare la mia permanenza in FFS il più possibile. Voi fate il tifo, io vi sentirò.

Glande dolor


Mi addormento davanti alla scatola malefica. Mi capita spesso, la televisione è il mio sonnifero elettivo. Dopo qualche ora mi sveglio di soprassalto per il volume esagerato di una qualche pubblicità. Devo correre in bagno perché sento la vescica che mi scoppia. Ho la faccia gonfia di sonno e gli occhi incrostati, che non si aprono nemmeno con l’aiuto di un cric. Faccio quello che devo fare, tiro su la lampo dei pantaloni senza ritirare prima in gabbia l’affare. Urlo dal dolore, i vetri del bagno tremano e reggono per miracolo. Cerco di disinfettare, ma il dolore aumenta in maniera esponenziale e – sarà per la delicatezza della zona colpita – il cuore sembra in preda ad una tachicardia da Guinness dei primati. Il sangue esce copioso e arresta la sua corsa solo dopo una prolungata pressione sulla ferita.

Vado a dormire con l’idea che nemmeno Fantozzi sarebbe arrivato a tanto. In questi casi non resta che vedere il lato positivo: potrò dire che è una sorta di ferita di guerra, un marchio di qualità per maschi veri, un segno di passaggio lasciato da una fanciulla sfrenatamente appassionata.

Betty Altomare

Non ho mai incontrato Betty e sinceramente me ne dispiaccio molto. È stata una figura di spicco della controcultura europea, italiana e milanese. L’ho conosciuta solo grazie al lavoro del buon Sergio Messina e di altri amici che ne hanno illustrato le gesta. Purtroppo Betty non c’è più, se ne è andata più di un anno fa tra le fiamme dello Sqott di via Bligny, mentre dormiva. Al movimento ha lasciato una grande eredità, un primo assaggio lo trovate qui oppure qui. Si tratta di un bellissimo video girato nel 1984 a Milano, in cui si testimonia la vitalità di un nutrito manipolo di giovani ribelli, in cerca di liberi spazi d’espressione. Per chi fosse interessato c’è anche un sito di riferimento, questo.

La morte in diretta


Ad minchiam.

Impressioni di (fine) settembre


Per tutti quelli che amerebbero trascorrere l’estate in un fiordo norvegese, il mese di settembre costituisce un vero e proprio paradiso. Si dorme freschi e non si gronda di sudore appena dopo la doccia. Ci si prepara, chi con allegria chi con mestizia, all’arrivo dell’autunno, che rappresenta l’ultima intensa botta di vita prima del letargo invernale: temperatura mite, colori cangianti e profumi ovunque. Settembre vanta anche un’altra caratteristica, che lo rende viepiù importante: la vendemmia. Ogni paese che si rispetti festeggia il nettare di Bacco con balli canti sagre e mercatini di ogni risma. Dalle mie parti è più o meno così: una festa lunga un mese. L’intero Cantone si muove al grido di: A chi non piace il vino che Dio gli tolga anche l’acqua!!

Da questo quadro idilliaco trapela un però, ed è il post sbornia, che dopo una certa età si fatica a gestire. Ci si alza con un terribile mal di testa, si beve acqua in continuazione e non ci si veste nemmeno; tutto il giorno in polleggio sul divano. Provi a leggere, ma non riesci a concentrarti, metti su un film di Kitano prima maniera, ma dopo un po’ tutto quel sangue ti fa tornare in mente il vino e allora rischi di scappare in bagno. Io domenica ho trovato una soluzione. Ho fatto ordine in casa. Il loro disco sparato nelle casse dello stereo e via. Dopo la prima ora di intensi lavori mi sono trovato davanti ad una sorta di punizione divina: decidere se gettare per sempre una catasta di vecchie audio cassette oppure lasciarle nel loro disordine. Non le uso più, ma ci sono affezionato. Come faccio a decidere? Tanto più che non riesco mai a separarmi dalle vecchie cose. Non posso farmi trascinare dalle emozioni. Devo usare un metodo scientifico. Le ascolto tutte e poi decido. Se, quelle che mi fanno ancora battere il cuore superano la metà, le tengo, sennò, addio per sempre. Le prime nove passano senza troppi sussulti poi metto la decima e sento qualcosa di molto interessante, che vi riassumo così:

Albeggia. Il clima è rigido. L’aria del mattino ha una fragranza sconosciuta. I coniugi Stevens si accingono ad uscire di casa per compiere i gesti che affollano le loro giornate. Il piccolo Sufjan, accovacciato in una culla, si appresta ad incontrare per la prima volta i suoi genitori e – checché ne pensiate – ne è assolutamente consapevole. Attaccato al polso un biglietto: “Vi voglio bene”. È il 1975 e la sensazione è quella che le cose non saranno mai più come prima. Non solo per i coniugi Stevens. Difficile sapere se questa storia abbia giocato un ruolo nella formazione musicale di Sufjan Stevens, nella malinconia che riveste la sua voce. Di certo c’è la sua musica. Raffinata e indolente. Fitta di squarci. Musica sapientemente guidata a fotografare l’America. Quella dei perdenti, dei sottopagati e dei disoccupati. L’immenso lago d’America. Lago del tutto invisibile, cui non spetta alcuna sovranità. Patria di vite affogate nella disperazione, che non possono trovare sollievo nemmeno nelle strutture sociali che di questo si occupano. Frammenti di vita che affossano definitivamente il sogno americano. Il sospetto peggiore: pochi americani si accorgono dell’esistenza di questa moltitudine agitata. Troppo indaffarati ad ammirare le rime retoriche del loro azzimato presidente. Ma questa è un’altra storia. Michigan: Greetings From The Great Lake State prende spunto da queste storie e si confronta con una dolcezza che non so proprio dove mettere. Non riesco a capire come può nascere. Vivo una profonda dicotomia. A volte mi faccio terreno aperto. Affondo fino ai capelli nelle emozioni più suadenti. Altre volte mi sveglio. Cerco di comprendere la vita con le sue contraddizioni. Spesso cerco una risposta. Non la trovo. Mi siedo e immagino le dita di Sufjan accarezzate dal pianoforte. L’estrema grazia della sua musica m’infonde una felicità che non trova approdo. Mai. Rimane sospesa fra me e la musica. Non penso più a niente. Finalmente. Mi è pure scesa una lacrima. Timida. Solitaria. Come le note di questo disco.

Ho ascoltato tutto il nastro come immerso in una vasca di sogni. Un’ora di musica e parole ad alta intensità emotiva. Questa trasmissione radiofonica, che qualcuno riconoscerà, mi ha tolto ogni dubbio: non butto via niente. Le tengo tutte. Alla faccia del digitale e anche dei metodi scientifici.


Amari:
- Bolognina Revolution.mp3
- Conoscere gente sul treno.mp3

Il posto delle immagini

Questo non è un post è un piccolo baule d'immagini. Immagine uno, immagine due, immagine tre, immagine quattro, immagine cinque, immagine sei, immagine sette, immagine otto, immagine nove, immagine dieci, immagine undici e immagine dodici.

Tutti i miei link