

Domani sera intorno alle 22.30 Fabio Barbieri condurrà una puntata speciale di Prospettive Musicali sui megacicli di Radio Popolare. Se sui 107.6 sentite radio maria mettetevi l’anima in pace e attaccatevi ad Internet. Se lo streaming vi lascia fuori perché invaso dai contatti, tirate pure qualche madonna e cercate un decoder con parabola. Se però non riuscite nemmeno a trovare l’angolatura esatta per beccare il satellite, allora fatevi un esame di coscienza, forse ve lo state meritando. Per tutti gli altri: prendete una bella cassettina, mettetela nel vostro stereo e schiacciate Rec. Io vi ho avvisati.
Cercare lavoro è un lavoro. Purtroppo è un lavoro non pagato. È un po’ come fare la casalinga, stesse frustrazioni e medesime ricompense.
È molto faticoso scrivere una lettera di motivazione che catturi l’attenzione del futuro (quanto improbabile) datore di lavoro. Le gocce di sudore scorrono copiose se si vuol redigere un curriculum come dio comanda, e poi bisogna pure pensare alla propria immagine. Non è indice di alta intelligenza sociale andare ad un colloquio in ‘Diesel’ senza un orecchino o senza un enorme tatuaggio in bella evidenza sul bicipite scolpito. Così come se si va in banca sarebbe buona cosa presentarsi con bel vestito gessato, magari con cravatta regimental da bancario-precario.
Se poi la fortuna ti assiste e ti chiamano per un secondo colloquio i problemi si fanno seri. Non solo l’apparenza, ma anche la sostanza: bisogna saper parlare con una buona proprietà di linguaggio (magari in due o tre lingue) dando l’impressione di saperne a mazzi. Naturalmente senza far trasparire la minima emozione, l’agitazione in una situazione di stress non viene vista con clemenza. Il linguaggio del corpo deve essere consono alla situazione. Niente gambe accavallate, niente braccia conserte, niente mani nei capelli e soprattutto, mai, dico mai, toccarsi il naso.
Nei casi in cui si dovessero pure affrontare degli esami stile “questionario dei tre giorni” allora la fantascienza diverrebbe realtà. Cercare di rispondere alle domande senza sbellicarsi dalle risate è in buona sostanza impossibile.
Ma quando mandi una candidatura ad un’azienda che fa della conoscenza il proprio tratto distintivo e ricevi una risposta del genere:
Buon giorno Sig. Capobianco,
con riferimento alla sua candidatura, la preghiamo di contattarci telefonicamente per fissare un'incontro conoscitivo.
Nell'attesa, la salutiamo cordialmente.
ti chiedi davvero: “ma questo mi prende per il culo? Ha scritto due righe ed è riuscito a piazzarci uno strafalcione grammaticale, ma quale conoscenza vuole trasmettere? Non aveva molte possibilità per fare errori eppure c’è riuscito, con una precisione da fare invidia ad un cecchino”.
Secondo voi con che faccia posso andare a questo un’incontro, non sono bravo a nascondere il mio stato d’animo. Forse è meglio rinunciare del tutto, oppure posso andare e dirgli quello che penso di lui e della sua azienda. Mi riguardo Santa Maradona e prendo appunti.


Non so se è il libro migliore della produzione letteraria targata Wu Ming. Certo è il libro che più ricordo con piacere e con trasporto emotivo. Un quadro dipinto all’ombra dei conflitti di religione che hanno devastato
Nei link sulla destra trovate il rimando al sito dei Wu Ming. Al suo interno potete scaricare i loro libri e altre piacevoli amenità.
Vi metto a disposizione direttamente il libro perché sono previdente, so che siete pigri fino al midollo e non sareste mai andati a cercare il testo nel loro sito.
Che nelle innumerevoli rubriche del Tg2 ci dicono che d’estate si suda molto e quindi è indispensabile bere molta acqua. Che bisogna evitare bibite gasate e cibi grassi. Che è consigliabile mangiare molta frutta e verdura. Che un’alimentazione variata è d’uopo. Che la dieta mediterranea è ancora la migliore. Che ogni tanto un gelato al posto della cena non è una scelta avventata. Che per bambini e anziani non è opportuno uscire nelle ore più calde. Che una passeggiata nel verde durante le ore serali è un toccasana.
Li adoro perché sono i soli che possono permettersi di trattare i telespettatori come una massa di autentici rincoglioniti.

Non è ancora momento di classifiche, ma più passano i giorni e più mi convinco che I’m a bird now di Antony and the Johnsons sia uno dei tre migliori dischi del 2005.


Come ogni mattina la sveglia si fa sentire troppo presto. Ho dormito solo qualche ora, ma mi tocca andare in ufficio. Come sempre. Per alleviare lo sconforto metto su You Are Free di Cat Power, la sua voce mi offre un inaspettato appoggio. Quasi un materasso verticale.
Guardo fuori. Mattinata umida e afosa, ci saranno minimo 15 gradi.
Esco di casa verso le sette e mezza. Mi dirigo con passo spedito verso la stazione ferroviaria. Il caldo mi innervosisce. Nelle orecchie le note di Cuckooland di Robert Wyatt. Tra le mani Una questione privata di Fenoglio. Il viaggio dura più di un'ora e la letteratura è un bisogno. Si parte. La meta è ancora molto lontana.
Non riesco a leggere nulla, l'attenzione è subito catturata dalla musica di Wyatt. Ascolto con stupore crescente Insensatez, un pezzo di Jobim rifatto con maestria dal vecchio Robert. Le parole mi inchiodano al sedile senza possibilità di movimento: "Quanto insensibile devo essere sembrata quando lui mi disse che mi amava. Quanto non coinvolta e fredda devo essere sembrata quando me lo disse così sinceramente; perchè deve aver pensato. Mi sono semplicemente voltata e l'ho guardato in un silenzio di ghiaccio. Cosa avrei dovuto dire. Cosa puoi dire quando una storia d'amore è finita? Ora lui se n'è andato e io sono sola con il ricordo del suo ultimo sguardo, vago e triste. Lo vedo ancora, con tutto il suo cuore spezzato in quell'ultimo sguardo. Cosa avrei potuto fare. Cosa puoi fare quando una storia d'amore è finita"?
Soffoco un urlo. Le pareti dello stomaco collassano come se fossero sottovuoto.
Ancora sconvolto dalle parole di quella canzone provo a rifugiarmi nella storia d'amore disegnata da Fenoglio, ma anche questa mi appare straziante.
Arrivo in ufficio e non posso non coinvolgere in questa domanda anche i miei colleghi. Ma cosa si può fare quando una storia d'amore è finita?
Gli sguardi si incrociano leggermente sospesi e imbarazzati. La conclusione non tarda ad arrivare:"Per prima cosa bisogna essere sinceri e dire(si) chiaramente quello che si prova. Poi si può solo aspettare di innamorarsi di nuovo, sperando che sia altrettanto coinvolgente", sentenzia con voce sicura l'unica donna tra noi.
Ma è veramente l'unica strada?

La spirale di violenza sembra inarrestabile. Percorrere da solo una strada del centro dopo le venti, può diventare l'ultima azione della propria vita. L'odore di piombo e di morte si presenta ai sensi con frequenza preoccupante. Le masse sono in rivolta e le sacche di resistenza seminano terrore ovunque. La tensione sociale è al culmine: gli scioperi non si contano più; le assemblee di studenti e operai sono all'ordine del giorno; gli omicidi di politici, giornalisti, carabinieri non fanno più notizia. Nessuna distinzione. L'unica via è la lotta armata. Questo il messaggio di quei gesti. Trovo queste faccende terribilmente patetiche, non mi interessa cercare un nuovo orizzonte politico, l'unica cosa che mi rallegra è il mio lavoro. Già il mio lavoro. Cinque anni fa sono entrato a far parte della divisione amministrativa di una importante azienda alimentare. Cinque anni impeccabili: nessun giorno di ferie, nessuno di malattia, figuriamoci l'idea di scioperare! Mai una defezione. Per questa mia devozione sono entrato nella lista dei Fedeli alla causa. La causa è quella di rendere la produzione più efficiente e i prezzi più competitivi:
“Caro Osvaldo lei porterà alto l'onore della nostra azienda anche all'estero”, queste le parole di rito pronunciate senza tradire la benché minima emozione.
Nel corridoio di casa il mio sguardo incrocia una borsetta, non mi sembra di ricordare niente di simile. Provo ad aprirla: un pacchetto di sigarette e una spirale. Mia moglie non usa contraccettivi e non fuma da più di dieci anni. Una strana eccitazione mista a curiosità comincia a farsi spazio tra le mie vene. Trovo la porta della camera da letto socchiusa. Entro. La scena mi si presenta davanti come un film amatoriale girato in un casolare di campagna nei dintorni di San Farncisco. Mia moglie muove la testa con vigore, incastrata fra le cosce di una sconosciuta!
Da quel maledetto venerdì del '77 sono ormai passati 35 anni. Anni disperati. Passati in una stanza grigia tre metri per due, a cercare costantemente il quinto angolo: comeunoscarafaggioimpazzito. Quella è la vita che si fa lì dentro, da scarafaggi impazziti. Accecati dalla mancanza di spazio, dove l'eroina diventa il tuo unico vero materasso.
Mi consegnano i miei effetti personali e mi aprono il portone del carcere, non mi salutano, non hanno simpatia per i tipi come me. Le antipatie in carcere spiccano subito e pesano il doppio. Non risparmiano nessuno e durano fino alla fine. Il mio saluto è tutto per loro.
All'angolo di via Morganti niente più negozio, chissà che fine avrà fatto la signora Miranda, mi chiedo. Al suo posto un negozio con piccole locandine di film, non c'e' più nemmeno la porta d'entrata con quel suo suono tanto familiare; solo uno sportello. Proseguo. Con sgradito stupore mi accorgo che il mio vecchio palazzo in stile tardorinascimentale non esite più, perlomeno non come la mia memoria lo ricordava, oggi all'altezza del quarto piano campeggia una scritta luminosa: Multisala Arcobaleno. Entro e trovo altre locandine di film - questa volta a grandezza normale - dai titoli più improbabili: La promozione, La spesa del venerdì, Uxoricidio. Compro il biglietto e decido di entrare. In sala l'atmosfera è glaciale, un solo posto libero. Il film è già quasi verso la fine, si vede un uomo che, in preda ad un raptus di follia, uccide la moglie - con tre coltellate ben assestate nei punti vitali - trovata a letto con un'altra donna. Il carcere sembra prolungare la sua tortura - un'idea che mi ossessiona già da qualche anno.
Esco dalla sala e madido di sudore, urlo al bigliettaio:
“Ma cosa c'è da urlare così”, replica il bigliettaio appoggiato alla cassa “si calmi! E' da anni ormai che succede la stessa cosa ad ognuno di noi”.
“Che cosa intende dire” rispondo sempre più confuso.
“Ma in che mondo vive! Non lo sa che l'Ufficio per la sicurezza internazionale ha inserito all'interno della spirale del DNA di ognuno di noi, un numero imprecisato di pixel! Così tutti possono gustarsi in prima fila la vita degli altri, attraverso lo sguardo del protagonista di turno”.
“Ma così siamo controllati attimo per attimo!” controbatto quasi senza fiato. “E' vero, ma guardiamo il lato positivo: le proiezioni sono sempre TUTTE ESAURITE”.
FINE
Sarà l’afa soffocante, sarà il caldo torrido, sarà la penuria di notizie durante l’estate o l’alto tasso d’ozono non è dato sapere, ma tant’è, in questi giorni in Ticino si è molto discusso sulla scarsa presenza di film in lingua italiana al Festival del film di Locarno.
La discussione è partita dalle aule della politica per iniziativa di Norman Gobbi persona rispettabile nonché buon amico, che politicamente limita nei ranghi della lega dei ticinesi, con l'abitudine a spararle grosse.
La polemica è a prima vista condivisibile. Di fatto non si vede per quale motivo durante un festival che avviene in un luogo in cui si parla la lingua di Dante non si debbano poter vedere un buon numero di film italiani usufruendo, nel contempo, per quelli esteri, della sottotitolazione. La vessazione nei confronti dell’italiano avviene, non senza polemiche, già da tempo nel campo dell’istruzione dove vengono cancellate cattedre di italianistica, o dove il plurilinguismo e la conseguente tutela delle minoranze linguistiche (valori fondanti della Confederazione) vengono scavalcati in favore dell’inglese.
Tra amici la discussione è stata abbastanza accesa. Chi approva la scelta di Norman e chi la bolla come semplicistica e demagogica. Di certo aprire una discussione in questi termini offre al Nostro grande visibilità, che probabilmente porterà dei frutti durante l’esercizio civico che i cittadini saranno chiamati a compiere in cabina elettorale.
Tuttavia, i problemi concreti, per la direzione artistica del Festival, sono tutt’altro che di facile soluzione.
In primo luogo, i film italiani di qualità sono sempre meno e quelli che ci sono, per ovvie ragioni di visibilità, vanno a Venezia.
In secondo luogo, ci sono i costi che una produzione dovrebbe affrontare per sottotitolare un film. Secondo le stime di esperti i costi si aggirano intorno agli 8.000 franchi per ogni pellicola. Questi costi non rientrerebbero poiché – a differenza dei sottotitoli in inglese, francese o tedesco – non avrebbero mercato (quello ticinese è troppo esiguo). Infatti, in Italia il doppiaggio è una pessima abitudine difficile da estirpare. Per contro, esiste la possibilità che i costi di sottotitolazione siano supportati dal Festival, ma se non si trova uno sponsor questa idea rimarrà tale.
Da ultimo si deve affrontare il problema dello statuto del Festival che privilegia la lingua francese. D’altronde dalla Francia arrivavano i film migliori. Il cinema a metà Novecento sembrava territorio ad assoluta dominazione francofona, soprattutto per le pellicole “da festival”. Oggi la realtà è molto cambiata.



Doveva essere l’autunno del ’83. Ibisco Santini entrò in classe con quella sua camminata desolata, alzò le sopracciglia in segno di saluto, ma non disse niente. Come tutti gli allievi migliori scelse il posto in fondo all’aula, di fianco a me. Lo guardai a singhiozzo. Timidamente, perché i cambiamenti repentini mi scombinavano parecchio. Ibisco era un compagno diverso da tutti gli altri. Aveva occhi neri come ardesia e una cornice di capelli crespi che non dovevano vedere una spazzola da molto tempo. Portava una maglietta nera con al centro una sorta di piccolo polifemo buffo e stilizzato. Fu una cosa difficile stringere amicizia. Successe grazie alla faccia tosta di Tosca, una ragazza tanto attraente quanto logorroica. Ti inondava di parole. Non ti lasciava nemmeno il tempo di mettere ordine nei pensieri, che già ti ricopriva di nuove, insignificanti frasi. Pesava più della Bibbia in tasca ad un comunista. Per questo suo modo di comportarsi Tosca fu soprannominata Bombarda. Mi chiese subito informazioni su Ibisco. Si capiva che ne era attratta. Feci da tramite e i due si scambiarono baci innocenti, ma niente di più.
Da quel momento cominciammo a scambiarci qualche parola. Nacque una vera amicizia, che ricordo ancora oggi come fosse una benedizione venuta dal basso. Per un paio d’anni la mia vita è esistita grazie alla sua. Si andava alle feste, ai concerti, alle manifestazioni, alle assemblee. Sempre attenti a non entrarci troppo. Molto più attratti dall’arte. Dalla sintesi. Dalla musica. Poco dalle parole. Sapevamo come mitigare la noia domenicale. Non avevamo bisogno di altre distrazioni, di altri passatempi. Semplicemente non pensavamo che la noia fosse qualcosa da scacciare, anzi. Ascoltavamo i Throbbling Gristle, alternati, nei giorni di insano ottimismo, dagli Einstürzende Neubauten e di colpo capii il significato di quella sua maglietta nera.
Come spesso capita, la nostra amicizia cambiò con il ritorno in pompa magna di Bombarda, che riuscì, per più di qualche tempo, a prenotare le volontà di Ibisco. Le stava attaccata come il fango sui maiali, non c’era verso di vederlo senza di lei. Così ci frequentammo sempre meno fino a non vederci più. Io cambiai istituto e lui si innamorò sempre di più di Bombarda.
Lo rividi molti anni dopo in biblioteca. Sfogliava un libro di Cesare Lombroso: Gli anarchici. Non so se è un indice di autenticità o meno, ma tra noi sembrava esser passato un secolo. Quasi due estranei. Fu di nuovo un incontro condito da imbarazzi. Per entrambi. Mi disse che la storia con Bombarda era appena finita. Lei non sopportava più la sua endemica pigrizia, diceva che era un perdigiorno buono solo a vincere la gara dei rutti.
“Quest’anno mi sono portato a casa tutti e tre i premi di specialità: il rutto in potenza, il rutto in lunghezza, con il record nazionale di undici secondi, e il rutto con parlata”. Ma il suo entusiasmo svanì quasi subito: “Ho il vago sospetto che Bombarda esca con un tizio, probabilmente il suo maestro di feng shui. Sai, uno di quelli che ti spiega come arredare la casa, poi ti dice che sono i precetti dell’antica scuola della Forma e del Compasso e ti fa con garbo, un salasso di trecento euro”. Non voleva ammetterlo, ma sapeva con certezza che Bombarda stava con un altro. Per tirarlo un po’ su gli dissi che avevo appena acquistato il nuovo cd di Franco Battiato che se voleva potevo lasciarglielo. Certo non Gavin Friday, ma nemmeno Giacomo Rondinella.
Mi guardò esterrefatto. “Non ti ricordi più come la penso? Battiato è un artista che mischia musica barocca, buona solo per gli stolti, con frasi senza senso e senza il dono della semplicità. Cerca solennità ma raccoglie solo banalità. Compone musica secondo una collaudata strategia: vendere molti dischi e far credere di esser un vero artista. Ci riesce, ma per me non è arte. È retorica musicale”.
“Dai, salverai almeno FETUS, POLLUTION e ZA dalla tua gogna?”.
“Forse. Ma ricordati che Battiato ha suonato alla festa di Alleanza Nazionale, e la musica è una questione di atteggiamento”.
Ci sedemmo al bar della biblioteca con un fiume di Vodka Red Bull ad allietare la discussione. Ibisco mi parlò dei suoi viaggi, dei suoi progetti e della sua passione per Gurdjieff: “Vedi” mi disse con determinazione, “l’esperienza musicale se è autentica, si manifesta fisicamente, è un trasferimento di energia che ti impone attenzione e veglia. Ascoltare musica diventa un’esperienza globale che pretende da te un rapporto esclusivo. Non puoi fare altro. Se, mentre ascolti musica la tua vita continua a scorrere, allora sei di fronte ad un’arte dozzinale, ad una musica da supermercato. Mentre la musica di qualità stabilisce con chi l’ascolta un flusso sentimentale. Simile a quello che potresti avere con un bella donna”. Pensai a Bombarda e al suo maestro.
Avevo voglia di stare ad ascoltarlo per ore, anche se quello che diceva poteva sembrare frutto di una fantasia malata messa alla prova dai brindisi costanti.
“In settimana passa da me, sto in via dei Mille. Vicino casa c’è un bel locale dove fanno concerti di ottima qualità. Martedì sera suoneranno gli Offlaga Disco Pax potresti venire a cena, si chiacchiera e si va al concerto in nome dei vecchi tempi”. Mi guardò con sguardo fisso: “Ti faccio sapere”. Si voltò di scatto e prese la via di casa.
Scettico ma ancora carico di emozioni per quell’incontro decisi di fare due passi.
Ho sempre avuto la tendenza a sopravvalutare i sentimenti d’amicizia. Penso sia un vincolo eterno, una cosa da rispettare che non ammette colpi bassi. Eppure non dev’essere un’idea condivisa. Qualcosa mi dice che non rivedrò più Ibisco, e non per mia volontà. La lista delle amicizie perse comincia a farsi sempre più lunga. La lista degli amici a cui poter chiedere qualsiasi cosa, sempre più trasparente.
Arrivato a casa ascoltai tre volte il disco di Battiato. Rimasi colpito dalla musica che usciva dalle casse. Non per la sua bellezza. Non per la sua leggerezza. Mi accorsi come d’incanto che la musica di Battiato pretendeva attenzione, ma non la poteva più ricevere. Mancava qualcosa, o forse avevo capito che il rapporto fra me e Battiato era concluso. Non c’era sincerità. Senza nemmeno rendermene conto mi addormentai come avvolto da una calda coperta di lana. Al mio risveglio si fece largo dentro di me un solo pensiero: “Cambierei volentieri questo cd con la registrazione della gara dei rutti”. Sono un’espressione profonda e sincera. Più dei lavori di Battiato.
Racconto apparso nel numero di febbraio 2005 della rivista Medicine-Show.
Non credo alle mie orecchie. Una coppia di genitori milanesi vuole bocciare la propria figlia per farle cambiare scuola. Finora non ci sono riusciti. Protesteranno davanti a Palazzo Marino e sono pronti a ricorrere al TAR. Chissà se hanno chiesto alla bambina che cosa vorrebbe fare.




È davvero un colpo al cuore.
La seconda edizione del festival di arte elettronica organizzato dall’associazione nuove proposte culturali è stata annullata. Sulle rive del Ceresio, in un posto incantevole, non si vedranno all’opera Fennesz, Luke Vibret, gli Audiopixel, gli Stantman5 e tanti altri. Peccato. La ragione ufficiale, data dal comune di Lugano, è che il sito non è più sicuro dopo la caduta di alcuni massi dalla parete rocciosa prospiciente. Bisogna pur dire che - in occasione di altre feste avvenute nello stesso luogo - vi sono state molte lamentele da parte dei vicini per i prevedibili schiamazzi notturni. Non sembra peregrina l’idea di pensare che l’annullamento sia stato studiato a tavolino. Due massi piazzati per benino, un tavolino rotto, due telecamere chiamate per confermare il tutto, e la frittata è fatta. I vicini sono accontentati e il quieto vivere è salvo. Niente più feste. Non venite poi a piangere lacrime amare perchè le strutture turistiche ticinesi non si sanno rinnovare, mentre il turismo cambia anno dopo anno.


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